giovedì 24 maggio 2012

progresso scientifico VS progresso etico-filosofico

Abbiamo case più grandi ma famiglie più piccole.
Più opportunità ma meno tempo.
Più istruzione ma meno buon senso.
Più esperti ma più problemi.
Più medicine ma meno benessere.
Siamo andati e tornati dalla luna, ma facciamo fatica ad attraversare la strada per stringere la mano ad un uomo vicino


Abbiamo prodotto più pc per registrare più informazioni,
per replicare più documenti come non mai,
ma siamo meno capaci di comunicare.
Siamo imbattibili sulla quantità ma scarsi sulla qualità.
Questi sono tempi da fast-food, ma dalla digestione lenta.
Sono i tempi dei grandi uomini ma di carattere mediocre.
Sono tempi in cui si realizzano profitti astronomici ma povere relazioni.
Questa è un’epoca in cui tutto viene messo in vista sulla
finestra, per occultare il vuoto della stanza.
                                                                                                    -Dalai Lama-

L'ignoranza come cautela!

L'uomo nella sua essenza è " ESSERE PER LA MORTE!"....
Sappiamo bene quale sarà l'ultima nostra tappa, ma per fortuna nessuno ci avviserà quando l'avremo quasi raggiunta! Viviamo col pensare che ogni giorno potrebbe essere l'ultimo e forse questo ci aiuta a fare del nostro meglio e a vivere la vita in pieno!
Ma io mi chiedo se avessimo la certezza che quel giorno fosse veramente il nostro ultimo giorno, cosa saremmo disposti a fare?  Se avessimo davvero un orologio "Biologico" capace di scandire secondo per secondo, minuto per minuto il nostro ultimo giorno, avvisandoci col passare del tempo che siamo arrivati alla "Fine" .........
Se avessimo l'opportunità sceglieremmo di sapere oppure ci accontenteremmo di vivere giorno per giorno nell'incognita come facciamo!





Clonazione riproduttiva e terapeutica e manipolazione del genoma

Uno dei temi bioetici che ha avuto un'eco più grande sulla sensibilità collettiva è indubbiamente quello della clonazione. Nell'immaginario comune, si continua ad abbinare questa parola all'idea di una fredda società costituita da "individui" identici (se si può ancora parlare di un concetto di individualità inteso come "unicità"), ed è ancora oggi lo spunto principale di innumerevoli film di fantascienza (prospettiva ipotizzata in maniera inquietante, relativamente ad un futuro non troppo lontano, ne "Il mondo nuovo" di Huxley).
Senza arrivare a tali estremi, anche la semplice idea di giungere ad un elevato livello di comprensione del genoma umano, al punto da poterlo manipolare a piacimento, o quasi, ha implicazioni etiche notevoli. 



L'essere riusciti, nel 1997, a creare la pecora Dolly, il primo vero e proprio successo in tale ambito, ha suscitato notevoli polemiche. E' entrato in gioco ancora una volta il fattore dell'imprevisto, del "cigno nero", in quanto non si era prevista l'incidenza del DNA mitocondriale, il quale ha prodotto, secondo meccanismi non ancora ben noti, un individuo geneticamente differente dal donatore del nucleo. In più, i detrattori della clonazione hanno più volte sottolineato come gli animali clonati (e non solo Dolly) nascano "geneticamente più vecchi" di un cucciolo generato normalmente, e pertanto vadano incontro a morte precoce e siano anche più esposti a numerose patologie, mettendo un accento su come in realtà tali processi abbiano una complessità ben maggiore di quanto ipotizzato.

Pare che negli Stati Uniti sia anche possibile, per "poche decine di migliaia di dollari", far clonare il proprio animale domestico dopo la morte, per possederne uno "uguale". Pratica, a mio avviso, che non costituisce altro che un'illusione della vittoria sulla morte, un modo solo apparente per lenire il dolore dalla perdita, in quanto appunto il "surrogato" non sarà mai identico al cane o al gatto originale, al più "simile". Così come anche più volte si è parlato di "clonare" grandi menti della storia, quali Einstein, Da Vinci o Galilei, per potersi avvalere di persone dotate della loro genialità anche nella società moderna.



Sono ipotesi più che fantasiose.
Il nostro fenotipo infatti non dipende soltanto dal genotipo, ma anche dalle uniche e irripetibili interazioni fra geni e ambiente (come prova il caso dei gemelli monozigotici, che possiedono lo stesso genotipo, ma se cresciuti in ambienti differenti possono sviluppare caratteristiche diverse rispetto al loro programma genetico). La psiche stessa di un individuo non è altro che il risultato di un complesso processo di crescita e dell'insieme delle proprie interazioni sociali ed esperienze, ed è determinata solo in parte geneticamente. Possedere il DNA di Einstein, ad esempio, non ci renderà automaticamente geniali, al più ci darà una maggiore predisposizione ad alcune discipline. 
L'idea di produrre individui identici in tutto e per tutto, persino nel modo di pensare, nei gusti e nelle attitudini, è dunque, almeno allo stato attuale, irrealizzabile, essendo troppo numerose le variabili in gioco, ed è a mio avviso solo un'estremizzazione delle conseguenze della clonazione e comunque molto discutibile dal punto di vista etico.

La variabilità genetica, quell'imprevedibile ricombinazione del genoma paterno e materno che si produce all'atto della meiosi durante la produzione dei gameti, è alla base della vita e la chiave vincente dell'evoluzione. Se tale variabilità non esistesse, il concetto stesso di "evoluzione" non avrebbe senso, saremmo ancora organismi unicellulari e la biodiversità non sarebbe possibile. La diversità, appunto, l'esistenza di uno specifico gene in due o più alleli anziché una singola forma è da considerare come una ricchezza e non come un difetto.
Non va tuttavia dimenticato che gli organismi più elementari si riproducono comunque senza la ricombinazione dei genomi (se non a causa di mutazioni fortuite) e che alcuni (quali le piante) hanno persino più possibilità, anche se la modalità di riproduzione sessuata è comunque quella preferenziale. 

Viene da chiedersi, appunto, in che misura l'uomo possa sostituirsi ai processi naturali (dei quali magari non ha ancora una comprensione a tutto tondo) e quali possano essere le implicazioni etiche di tutto ciò. Avere il potere di esercitare un controllo di tale entità non solo sul genoma di individui "da creare", da "produrre" letteralmente in provetta per rispondere ad un fantomatico "ideale di perfezione", ma anche eventualmente su individui adulti, quali conseguenze etiche può comportare?

L'articolo 14 del Codice Deontologico del Biotecnologo si riferisce alle terapie geniche. Gli interventi sull'embrione finalizzati alla selezione di caratteristiche genetiche e fenotipiche specifiche (non correlate allo sviluppo di patologie o alla predisposizione di esse) costituiscono delle gravi violazioni di tale principio. 

Un esempio sono stati gli studi di eugenetica compiuti in epoca nazista, volti alla "costruzione" e alla "selezione dei caratteri" della nuova, perfetta, "razza ariana". Studi, che, per fortuna, sono oggi considerati illegali in tutto il mondo e fortemente condannati da ogni comitato etico. 


Personalmente, sono favorevole soltanto alla cosiddetta "clonazione terapeutica", vale a dire alla creazione di tessuti specifici tramite l'utilizzo di cellule totipotenti, ancora indifferenziate, a patto tuttavia che si riesca a ricavarle dai tessuti di un individuo adulto e non da embrioni soprannumerari creati"ad hoc" e crioconservati appositamente per tale scopo, pratica che ritengo inaccettabile e contro qualsiasi valore etico. Ha davvero senso creare una vita "generata in provetta" per salvarne un'altra? Questo tipo di clonazione sarebbe un grande aiuto per tutti coloro che soffrono di patologie gravi, anche se molto spesso è anch'essa fortemente criticata sia perché assimilata, dai suoi detrattori, a quella "riproduttiva" (usata per la generazione di nuovi individui, come nel caso della pecora Dolly), sia perché sperimentata tramite le stesse metodologie di quella riproduttiva.

Secondo la posizione confessionale, assunta dai credenti, la clonazione e l'uso di terapie genomiche violerebbe il diritto ad ereditare una costituzione genetica non alterata, andando contro i principi stessi di ereditarietà e l'ordine naturale delle cose. Tuttavia, sottolineo ancora una volta come questi interventi potrebbero essere di grande aiuto nel garantire la nascita di individui non affetti da specifiche patologie di cui i genitori sono portatori. Anche le cosiddette terapie epigenetiche, ossia mirate alla regolazione dell'espressione genica, costituiscono spesso l'unica speranza per gravi difetti metabolici che altrimenti porterebbero alla morte, e consentono a chi ne è affetto un notevole miglioramento della qualità della vita.
Sono favorevole allo sfruttamento di tali potenzialità, a patto di rispettare comunque ogni forma di vita, ma solo per scopo terapeutico o la cura di malattie gravi, settore tuttavia ancora oggetto di numerosi studi ma che costituisce una speranza non indifferente per gli anni a venire.

mercoledì 23 maggio 2012

Le conseguenze degli abusi di psicofarmaci

http://www.psychomedia.it/pm/modther/probpsiter/ruoloter/rt112-09.htm
Questo link contiene molte informazioni riguardo gli studi di Kirsch l'autore del libro "le nuove droghe dell'imperatore" e soprattutto vengono descritte con accuratezza le conseguenze riportate dai farmaci antidepressivi. Si parla dell'effetto placebo e di come questo metta in discussione il valore curativo dello psicofarmaco.
Dopo aver letto le informazioni riportate dal link mi chiedo p perché è il mondo scientifico stia operando alla cieca mettendo sul mercato un medicinale che agisce su cause sconosciute...Per quanto tempo continuerà questa distorsione medica?

PER NON DIMENTICARE

Consapevole della poca inerenza dell'argomento con il blog, ma cosciente che  il sacrificio di Falcone e Borsellino deve ricordare a tutti noi che battersi per ciò che è "giusto", sebbene possa avere un prezzo più o meno alto da pagare, è la vera "linfa vitale" di qualsivoglia società civile! Non ricordiamo la strage di Capaci, Ma la grandezza di alcuni che cercarono cambiamenti sociali  per il beneficio di tutti.  
‎"Chi tace e chi piega la testa muore ogni volta che lo fa, 


 chi parla e chi cammina a testa alta muore una volta sola".

martedì 22 maggio 2012

Salve ragazzi..=)..ho trovato 1 pò di materiale (messo insieme barbaramente da me, chiedo scusa per qst =(, ma al solo scopo di smaltire la mole di informazioni correlate a qst argomenti ) riguardante il libro assegnatoci dal prof "Il Mondo Nuovo "di Huxley...in particolar modo approfondisce alcuni aspetti trattati nel saggio Ritorno al Mondo Nuovo: propaganda e lavaggio dei cervelli..ecco il materiale..è parecchio ma può essere 1ottimo spunto credo per ulteriori riflessioni =)

PROPAGANDA

In senso etimologico la parola propaganda contiene una marca semantica legata all’obbligo di diffondere. La necessità di radicare idee e di gestire menti nasce col Potere: come scrive lo storico Philip M. Taylor, prima dello scoppio della Grande Guerra il termine propaganda designava i mezzi utilizzati dal Papato, nel XVI secolo, per riportare i riformati alla Chiesa di Roma. Prima del 1914, la propaganda era semplicemente il modo con cui chi aderiva ad un’ideologia politica o ad una dottrina religiosa tentava di convincere il dissidente. Ogni azione propagandistica era mimetizzata nelle pieghe del potere religioso, come nelle più antiche società teocratiche, o nel culto di un despota carismatico. Nel corso della storia la vena si ingrossa: le profonde trasformazioni economiche, politiche, sociali e psicologiche, susseguitesi sul finire del XIX sec., richiedono un mutamento anche nelle modalità di attivazione del consenso dovuto a trasformazioni radicali, come la fine delle monarchie per diritto divino, che porta la collettività alla ribalta se non come protagonista almeno come interlocutore del polo di potere e l’allargamento del suffragio in tutti i paesi democratici. A queste contingenze politico/sociali si accompagna l’affermazione definitiva del sistema capitalistico, che impone un’organizzazione economica il cui motore è la massa dei consumatori. Su questo sfondo l’entrata in scena dei fascismi tra gli anni 20 e 30 del 900 comporta la necessità, per l’esistenza stessa di questi regimi, di considerare l’incombenza del soggetto/massa che organizza lo spazio e gestisce il movimento con il suo peso fisico, il suo essere producer of speed. Le masse  non sono una popolazione, una società, ma una moltitudine di passanti che in perenne movimento nelle strade diventano essi stessi motore e macchina, in altre parole, produttori di velocità. Il linguaggio per le nuove masse del XX secolo deve essere, allora, moderno, metropolitano, perché la metropoli è la prima dimora umana ad essere penetrata dai canali di comunicazione rapida. In questa prospettiva i canali di comunicazione rapida acquistano valore inestimabile per i fascismi. Hitler è ossessionato dal rapporto con la popolazione tedesca: nei suoi discorsi la voluttà del numero zampillante si fa clamorosa, egli ritiene che il modo più efficace per eccitare e conquistare il favore di una massa sia offrirle il miraggio della sua crescita: finché la massa mira al proprio accrescimento non ha occasione di disgregarsi. Sostiene Goebbels, capo del Ministero per la Propaganda nazista: chiunque conquista le strade conquista anche lo Stato. E proprio per azzerare le capacità riflessive delle masse ed evitare la compromissione della loro efficienza dinamica che egli impronta la sua strategia propagandistica all’insegna della prassi, esaltando il valore delle parole e delle immagini e promuovendo la diffusione degli audiovisivi nella Germania nazista. Goebbels è un comunicatore capace di cogliere il segno dei tempi: è questa straordinaria inclinazione a costruire l’intelaiatura del consenso insinuatosi fin nelle fondamenta della società tedesca, garanzia del successo della macchina gerarchica nazionalsocialista. Il programma formativo dei nazionalsocialisti si pone soprattutto l’obiettivo di contrapporre all’elemento bolscevico/cosmopolita/ebreo quello tedesco/nazionale, per creare un’identità fondata sulle differenze dei tedeschi rispetto agli altri popoli. Perfettamente in linea con le esigenze della nuova società tecnocratica, Goebbels sceglie di usare il mezzo cinematografico, oltre a tutti i canali di comunicazione rapida, come sistema di coercizione subordinato a politica ed economia. Piegando nella direzione voluta i prodotti dell’industria cinematografica lo stato nazista foggia i suoi più utili servitori: al cinema spetta il compito di coltivare lo spirito tedesco e la mentalità tedesca e di trovare le giuste vie politiche, culturali ed economiche e incamminarvisi: Goebbels intuisce la possibilità di strumentalizzazione del mezzo cinematografico come veicolo di propaganda e mezzo di persuasione, oltre che come agente del rinnovamento della società tedesca. In modo analogo Goebbels ritiene che le idee siano nelle nuvole: quando qualcuno riesce a mettere in parole ciò che ognuno sente nel proprio cuore allora la singola idea diventa la visione del mondo dello Stato e l’individuo eletto può trasmettere la sua forza intellettuale e servirsene per formare la sua comunità e trasformarla in un movimento, che organizzato può infine conquistare lo Stato. Massiccio diviene così anche l’impiego del cinema d’animazione come mezzo di persuasione. Il cinema d’animazione riveste un ruolo non trascurabile, per la sua capacità di coniugare la concretezza del messaggio politico con l’innovazione estetico/linguistica. Duplice è la natura dello stesso cartone animato: ha un piede nel passato e un piede nel futuro. Raccoglie, infatti, la vastissima eredità folkloristica delle fiabe romantiche, ma contemporaneamente, per esistere, ha bisogno della tecnologia moderna. É un evento visivo straordinariamente attraente che investe su diversi fronti: da un lato fa leva sull’universo infantile per i suoi legami con la fiaba, dall’altro seduce con la voluttà del disegno in movimento; la possibilità, in mani umane, di creare un mondo di sogni dove tutto può accadere. La forza di tali potenzialità viene ben presto compresa e il Cartone Animato, ancor più del cinema dal vero, diviene campo di elezione per la variazione di meccanismi percettivi, nonché del loro controllo da parte di sistemi di potere autoritari che ne fanno veicolo di ideologia. Il ruolo del cartone animato nella costruzione del regime e della gerarchia del Nazionalsocialismo diviene essenziale. In generale, durante il secondo confitto tutte le principali nazioni si servono dell’animazione come mezzo di propaganda: gli Americani realizzano quasi 300 cartoons, costituendo il corpus più consistente ed analizzato del periodo. Se pure hanno un’attenzione privilegiata per un pubblico infantile e semi-adolescenziale, non arrivano mai a livelli di trasmissione elementari, anzi. Le opere sono fortemente pregne di connotazioni politiche, in costante rapporto dialettico con il piano amministrativo nazista e niente affatto escluse dai procedimenti linguistici utilizzati nei film dal vero per adulti.
   

TOTALITARISMO
     
 La figura di Hitler è enigmatica: il suo corpo di per sé non indica un ‘idea di forza, sarebbe molto più adatto ad abiti borghesi, piuttosto che alla divisa militare che era solito portare. Chi lo conobbe  fu attratto soprattutto dai suoi occhi, unico tratto energico del suo corpo: di ghiaccio, penetranti, rossi di sangue ai contorni, segno distintivo di chi nella Grande guerra venne a contatto con i gas tossici…

       L’arte di Hitler non consisteva nell’attrarre la massa con azioni di forza e spregiudicate: il suo scopo era quello di edificare con prudenza e meticolosità il proprio consenso, rendendolo più stabile per il futuro . In effetti, da solo, Hitler non sarebbe riuscito in nulla: la sua forza era il popolo tedesco. Il dittatore si sentiva, erroneamente, in completa simbiosi con il suo popolo, ne ascoltava l’intimo dramma e le paure, ne percepiva i bisogni di grandezza e di realizzazione.

       Il consenso delle masse deve farci riflettere anche sull’oratoria di Hitler, parte integrante del culto nazista. Durante i suoi lunghissimi discorsi, Hitler prendeva diverse pause studiate per rendere ammaliante il tutto, quasi un oblio che mutava in isterismo, quando alzava repentinamente il tono di voce in un crescendo che diventava un invasamento collettivo. La folla reagiva emotivamente al suono della cavalcata hitleriana; la massa viveva il discorso piuttosto che analizzarne il contenuto.

       Hitler si sentiva designato dal destino a ricondurre il popolo tedesco sulle tracce di una civiltà barbara e primitiva ormai passata, riconquistando un’antica virtù che la modernità aveva distrutto. Da qui il bisogno che sfociò in un esoterismo diffuso di staccarsi dal materialismo moderno.

       Il regime organizzò segretamente spedizioni di ricerca in tutti i Paesi del mondo al fine di rintracciare prove di una fantomatica civiltà scomparsa, i cui antenati si sarebbero rifugiati nelle profondità della terra, oppure al fine di ritrovare il santo Graal, fonte divina di potere. I vertici delle SS si riunivano in sedute mistiche presso il castello di Wewelsburg, dove venivano consumati rituali d’iniziazione, strane invocazioni ai martiri del nazismo. Infatti, riprendendo la leggenda di re Artù e dei dodici cavalieri della tavola rotonda, i nazisti costituirono un ordine dei cavalieri neri con dodici capi delle SS che si riunivano intorno a una tavola di quercia rotonda. I simboli utilizzati dal nazismo, la svastica, le rune germaniche, ebbero determinanti effetti psicologici sul popolo, poiché ispiravano insieme la volontà di annientamento e il ricordo di un passato lontano.

       L’uso propagandistico delle rune riflette lo sforzo compiuto dall’antropologia tedesca di ricostruire una presunta eredità spirituale ancestrale e spirituale. Adoperate come simbolo di un’antica unità culturale e politica tedesca anche nelle antiche civiltà del nord Europa, esprimevano un atteggiamento positivo di fronte alla vita e alla natura, ma nell’interpretazione arbitraria nazista le lettere dell’antico alfabeto sacro divennero immagini di distruzione e di odio.

       Il regime nazista fu il primo ad assegnare alla propaganda un apposito ministero, sotto la direzione di Joseph Goebbels. La stampa, la radio, il cinema, divennero il mezzo attraverso il quale venne diffusa ed enfatizzata l’ideologia nazista. L’influenza dei media fu determinante nella creazione di un mondo ideale e di un’etica ariana. Essi furono il principale strumento con cui il nazismo veicolò le proprie idee: contribuirono a costruire un nuovo universo in visione manichea, diviso in bene (gli ariani e i loro alleati), e male (gli ebrei e tutte le altre “razze parassitarie”).

       Il popolo era sublime scenografia, tutto era abilmente studiato da Goebbels per creare un effetto scenico diretto: luci, suoni, fiamme, bandiere, ogni elemento contribuiva a far sentire tutti i presenti partecipi, uniti in una comunità di popolo.

       Nessun uomo, nessuna società, nessuno Stato, avrebbero potuto provocare l’orrore nazista se non ispirati dalla follia: è l’unica giustificazione che la nostra mente ci suggerisce; ma non è stata follia ed Hitler non era folle.  Farebbe scandalo  definire Hitler una persona normale e lucida; ma come avrebbe potuto una mente malata risollevare l’economia tedesca? Come si spiegherebbe il rapidissimo riarmo o l’accortissima e astuta politica estera? Come si giustificherebbe la chiara adesione al regime della quasi totalità del popolo tedesco? Con una follia generale di milioni di persone? No, la normalità, per quanto agghiacciante, è il presupposto del male nazista.

       Il nazismo fu molto più di un totalitarismo politico, fu una religione che accecò un popolo, una religione che faceva della distruzione di Sion e dei suoi figli il suo dogma centrale, una religione che propugnava la creazione di un impero tecno-teocratico millenario con a capo la Germania.

       Se i Tedeschi non si ribellarono e appoggiarono fino all’ultimo Hitler fu anche perché i loro bisogni quotidiani furono soddisfatti e perché credevano che, obbedendo al regime, avrebbero potuto riconquistare la dignità che spettava alla Germania.

      Nazismo come anomalia e come manifestazione del potere di un genio del male, di una maschera diabolica, di un grottesco ometto con la bava alla bocca e della sua cricca di depravati.
      Anche molte analisi approfondite, e non propagandistiche, della storia tedesca del periodo hanno sostanzialmente avallato questa interpretazione diabolica e psicologica del periodo nazista – certo, con molti suggestivi argomenti e con l’aiuto del comportamento di numerosi singoli personaggi, e per l’appoggio dell’iconografia gotica del regime, e non da ultimo per l’enormità stessa di certi crimini.
       Ma il nazismo non fu follia. L’Olocausto non fu follia, né opera di un satana che si aggira nella storia degli uomini e di tanto in tanto riesce a fare capolino.
       Il nazismo fu politica, una lucida e circostanziata politica, che si pose in continuità con quella precedente e che prefigura in modo drammatico quella successiva.
       Le parole citate in apertura furono pronunciate da Adolf Hitler, nel parlamento tedesco, nel marzo del 1935.
       A quelle parole se ne possono aggiungere altre, tra le quali i tanti discorsi che precedettero e accompagnarono l’Anschluss e portarono a Monaco e ai suoi esiti: nessuno di quei discorsi è il discorso di un pazzo, ma anzi di un politico accorto, furbo, che sa calcolare bene i punti deboli dei suoi interlocutori e sa porgere il pretesto che essi possono cogliere per far finta di non capire quale sia la reale situazione.
       Un uomo, in ogni caso, che non poté realizzare ciò che realizzò in termini di riarmo e di riorganizzazione sociale senza l’opera determinante della classe media tedesca, della burocrazia statale, della tecnocrazia industriale: complici – forse interamente consapevoli, forse agnostici o perfino ingenui – ma certamente neanche loro erano pazzi.
      Piantato sul palco a gambe larghe in posa statuaria, le mani sui fianchi, gli occhi spiritati che scandagliano la folla, la mascella all'infuori e le labbra turgidamente protese, Mussolini arringa con fiero cipiglio gli italiani con voce stentorea e frasi secche come scudisciate.
      Eppure Benito Mussolini, anche con le recite da grottesco avanspettacolo e le pose gladiatorie che oggi fanno ridere, é rimasto saldamente al potere per un ventennio; é stato amato, adorato, idolatrato. Il Duce infatti non era solamente un leader politico, ma quasi il dio di una religione pagana. Che cosa poteva la ragione contro la fede? Che cosa poteva il dubbio di fronte alla "verità assoluta"? Il Duce era, nella mentalità degli italiani, il protagonista di un'avventura che sembrava promettere un grande e luminoso futuro. Anche se quel futuro era costato qualche testa rotta, la figura provvidenziale del Duce si stagliava in tutta la sua grandezza. Mussolini comprese che, nella sua epoca, le folle, come scrisse Le Bon, rappresentavano per la prima volta un'immensa potenza.
       Stalin è solo un bruto, un contadino furbo, una belva istintiva e possente, di gran lunga il più potente, questo è vero, di tutti i dittatori.
       Lo pseudonimo Stalin, il cui significato è uomo d’acciaio, già di per sé indica che si tratta di un soggetto dotato di forte temperamento e notevole prestanza fisica: il cipiglio fiero, i baffi spioventi ed il sorriso spavaldo, accomunati ad una corporatura possente, ricordano una belva massiccia, che si getta a capofitto nella mischia per uscirne, ancora una volta, vincitore.
      La mania di eccellenza contraddistingue questo personaggio: a differenza ad esempio di Hitler, che si identificava con la nazione tedesca, Stalin desidera che il suo paese prosperi perché da questo dipende la sua fama, il suo benessere, la sua soddisfazione personale; finché la sua sete di potere non sarà soddisfatta, non riuscirà ad occuparsi realmente del benessere del suo popolo. Posa decisa, sguardo cruento e discorsi persuasivi pronunciati con voce tonante: queste le armi che Stalin usa per ottenere il favore del suo popolo, che lo appoggia, nonostante molti sappiano cosa realmente è accaduto in quegli anni.
      Perché un popolo che negli ultimi anni è stato soggiogato da un prevaricatore del calibro di Stalin ora ne piange la morte con tanto cordoglio?
      Ciò che contraddistingue le masse é il desiderio inconscio alla sottomissione e il bisogno di essere guidate da un capo. La folla non possiede idee proprie in quanto gli uomini riuniti in essa perdono la loro individualità e la loro personalità cosciente: ciò determina un affievolimento delle capacità critiche, mentre si sviluppa un forte senso d'appartenenza a una identità collettiva. Di conseguenza la massa tende ad assimilare idee già fatte, specie se esse hanno una forte componente ideale e una carica di profonda suggestione: la massa é, per sua natura, dominata dall'inconscio e dall'impulsività. Ogni popolo che si consegna ad un dittatore dimostra scarsa attitudine al pensiero, alla ragione, e dunque al libero confronto.
      Le Bon delinea anche le caratteristiche del capo: dev'essere innanzitutto un uomo d'azione e non di pensiero, perché la riflessione tende al dubbio e quindi all'inazione. Dev'essere dotato di grande volontà e sorretto da un'ideale o da una fede incrollabile: questo esercita sulle masse una grande forza di attrazione e coinvolgimento. Idee semplici, affermazioni concise, proclamate ripetutamente, sono i principali strumenti di persuasione che si basano sulla facilità di assimilazione. Le idee semplici favoriscono la loro diffusione per "contagio". Affermazione, ripetizione e contagio sono gli elementi che contribuiscono a dar loro credibilità e prestigio.
       Il prestigio é anche la molla più forte di ogni potere. Il prestigio personale di un capo esercita un fascino magnetico e determina nello stesso tempo un'autorevolezza che non si presta a contestazioni. Ciò che distingue il "bravo dittatore", è la capacità di immedesimarsi nel suo popolo, di assecondarlo nei suoi bisogni e di stimolarlo nei suoi desideri.




Il destino mondiale è in mano a pochi.

Ho appena visto il film "In time", molto originale, fantascientifico ma con molti riferimenti alla realtà. In questo film il tempo è denaro, nel senso letterale del termine, infatti il tempo è usato come moneta di scambio.
Una delle mie scene preferite è il dialogo  tra il protagonista della storia e l'uomo ultracentenario con ancora più di un secolo da vivere, in questo dialogo l'uomo ultracentenario spiega al giovane protagonista (che vuole contrastare il sistema il quale dopo 25anni si ha a disposizione un anno di vita e il resto del tempo bisogna guadagnarselo) che è inutile andare contro il sistema dello scorrere del tempo perchè chi lo controlla farà in modo che l'immortalità auspicata da tutti possa essere raggiunta solo da pochi, poichè a lungo andare la Terra non riuscirebbe a soddisfare tutte le richieste a fronte di un sovrappopolamento e che quindi man mano si alzerà sempre di più il costo della vita.
 Qui c'è un chiaro riferimento "darwiniano" sulla selezione naturale dove i più forti (quindi quelli con più anni da vivere) sono destinati all'immortalità mentre i più deboli alla morte. Tra gli animali la selezione avviene tramite combattimento fisico, invece nell'uomo avviene tramite il benessere, se sei ricco hai più possibilità di sopravvivere grazie alle condizioni igeniche-sanitarie e ad una adeguata alimentazione, se sei povero e non disponi di questi benefici hai più difficoltà a mandare avanti la tua specie.
Questo  riferimento mi ha fatto molto pensare perchè, proprio l'altro giorno, in un programma culturale si parlava del fatto che la popolazione mondiale è in netta crescita e tra 100 anni potremmo andare incontro ad una sovrappopolazione dove il fabbisogno supera le risorse naturali.
Secondo me nel film si è lasciato intendere che nel "sistema", affinchè esso funzioni bene, deve esserci una parte della popolazione forte ed un'altra debole, una parte ricca ed una'altra povera. Tutto questo risulta essere discutibile quando si parla di esseri umani.
Alla fine del film, nonostante il nobile gesto del protagonista che ha svaligiato le banche dove c'era il tempo regalandolo all'intera popolazione, si è visto che quest'ultima è andata nel caos, nessuno più lavorava per guadagnarsi del tempo e la gente non sapeva gestire tutto quel tempo a disposizione.
Dal film si può evincere che la povertà di alcuni popoli fa comodo ai paesi più ricchi.