martedì 22 maggio 2012

Il potere delle case farmaceutiche

Una domanda che oggi mi è sorta spontanea é, "è possibile che dopo tanti anni di ricerca ancora non si è trovato un farmaco che può sostituire la chemioterapia e che quindi provoca meno dolore?".Secondo me questa ricerca è ostacolata dalle case farmaceutiche, perchè a loro non conviene. Infatti come aveva dimostrato Kirsch loro portano avanti solo cio che è nel loro interesse.Il loro guadagno è intorno alle 500 euro al mese per ogni malato oncologico che fa queste cure, e quanti malati oncologici ci sono oggi?.L'anno scorso si è molto parlato di un siero di scorpione,prodotto a Cuba,il quale si dice ha il potere di curare i tumori.Su questo ci sono molte testimonianze di persone affette le quali sono guarite dopo aver fatto una cura con questto siero.Allora mi chiedo perchè non fare delle ricerche e vedere se veramente questa può essere la soluzione al male del nostro secolo?Forse perchè trovare una soluzione non conviene a qualcuno?

Eutanasia: "Buona morte"


Il termine “eutanasia” deriva dal greco e significa letteralmente “buona morte”. Si tratta di quella morte che viene data volontariamente e consapevolmente a persone che sono in fin di vita, persone gravemente malate e incurabili, persone senza più speranza, persone che sono costrette a stare in un letto d’ospedale, persone la cui sopravvivenza dipende unicamente da una macchina, persone che soffrono interiormente ed esteriormente e che provocano la sofferenza altrui. Proprio per questo la sola via d’uscita, l’unica soluzione, il rimedio a tutto questo dolore è quello dell’eutanasia. Decidere di condannare a morte un familiare non è per niente facile e solo chi si trova a fronteggiare questa situazione critica sa cosa si prova. Ci si trova davanti ad un vero e proprio dramma e chi deve autorizzare questa morte sa bene che non si può fare altrimenti, sa che alla domanda “E’ meglio porre fine a questa logorante sofferenza o continuare a guardare chi vive tragicamente?” esiste una sola risposta. Naturalmente chi si trova a dover affrontare una situazione del genere ha una grande responsabilità, non sa come comportarsi, si pone mille scrupoli, non sa se quello che farà sarà la cosa giusta, vive con la paura e con l’angoscia di dover fare necessariamente una scelta. Se si riflette lucidamente e razionalmente su questa complessa questione si giunge alla conclusione che la vita è un dono meraviglioso che deve essere vissuto al meglio. Io penso che non si possa e non si debba vivere stando reclusi in un letto, senza parlare, senza mangiare, senza ridere, senza camminare, senza poter far nulla, costringendo i familiari a prendersi cura dell’ormai incurabile e a fare l’unica cosa che si può effettivamente fare in questa situazione, cioè pregare e sperare in un miracolo. Non funziona così, questa non è vita. Bisogna trovare il coraggio e la forza di guardare in faccia la realtà e riconoscere che, in casi di questo genere, non c’è alternativa, non c’è margine di miglioramento, non c’è terapia che guarisca, non c’è futuro. Oggi, attraverso il meccanismo dell’eutanasia, si può smettere di soffrire e di far soffrire chi sta intorno. La nostra Costituzione esalta il diritto alla vita, come è giusto che sia. Ma come si può definire vita quella di persone che senza l’ausilio di un macchinario morirebbero senz’altro? L’eutanasia non deve essere considerata un omicidio, non è un gesto disperato ma è semplicemente un atto che si compie in buona fede, che mette un punto fermo ad un’inutile e atroce pena, è la conferma di una morte già annunciata.

lunedì 21 maggio 2012

“curare” e “prendersi cura” del malato

di Gabriella Fogli
Chi scrive è una persona affetta da patologia rara con complicanze ancora più rare che nel giro di cinque anni ha visto trasformarsi completamente la propria vita. Ora sono incapace di camminare da sola ed ho la necessità di utilizzare la sedia a rotelle, ho bisogno di assistenza per lavarmi, vestirmi, sono incapace di preparare un pasto, assumo 16 tipi di farmaci diversi al giorno, ho bisogno dell’ossigeno per respirare ecc. ecc. ecc. Vi dico questo solo per entrare nell’argomento che mi sta molto a cuore, in modo che possiate comprendere che chi scrive sa bene di cosa parla in quanto lo vive ogni giorno sulla propria pelle e non per sentito dire.
L’argomento in questione è la differenza che esiste tra “CURARE” e “PRENDERSI CURA” del malato.
A prima vista si possono confondere i due termini, ma in realtà vi è una differenza sostanziale che implica la partecipazione emotiva dell’ammalato con ripercussioni negative o positive a seconda del trattamento che riceve.
Tutti i malati rari sanno cosa significa vagare da un ospedale all’altro alla ricerca di una “cura” che possa farli star meglio e quanti di noi hanno incrociato medici che conoscono poco o nulla le patologie, ma che tuttavia emettono sentenze (vedi i medici delle varie commissioni per l’handicap). Medici che non “ti ascoltano”, che ti parlano senza guardarti in viso, chini sul foglio che hanno davanti, come se la persona presente non è un essere umano con la propria dignità. Medici che non danno importanza ai sintomi che descrivi, che non capiscono che cosa stai dicendo perché, come detto prima “non ascoltano”. Inoltre, o vai a pagamento, e non tutti possono permetterselo, oppure, in molti centri, non sei seguito sempre dallo stesso medico, dipende da chi in quel momento è di turno in ambulatorio, così passi da una mano all’altra, a me è capitato, nello stesso ambulatorio, di avere due medici diversi che hanno emesso due diagnosi diverse con relative cure, che ovviamente differivano.
Tutto questo però mi è servito, ha sviluppato la mia reazione, ho studiato la malattia ed ho iniziato a commentare, ed a volte a mettere in discussione, quanto mi veniva detto.
Il malato cronico ha bisogno di poter contare sempre sulla stessa persona, sullo stesso medico, che “prende in cura” l’ammalato nella sua totalità, che quando la malattia attacca un organo che prevede l’intervento di altri specialisti, si preoccupa di parlare con loro per renderli partecipi della situazione generale, è il tuo punto di riferimento, reperibile quando sorgono complicanze o si hanno attacchi particolarmente forti della malattia. Questo “prendersi in cura” fa la differenza. E tu devi poterti fidare di questo medico, stabilire un rapporto umano, ricevere un sorriso ed anche un rimprovero all’occorrenza. Insomma, si deve stabilire un rapporto di fiducia, un rapporto “umano”, e questo fa si che “la cura” sia efficace, perché non c’è cura senza cuore. Lo stesso discorso vale per i famigliari che ci assistono. All’inizio, sempre per esperienza personale, era difficile per loro comprendere che cosa sentivo, “apparentemente” tutte era come prima, ma il dolore alle mani era molto forte, così come quello alle gambe, specialmente al mattino, quando alzarsi dal letto significava, e significa, un dolore enorme, sentirsi tutta bloccata.
Vedendomi “normale” nessuno si faceva carico di una parte di lavoro in più e dentro di me albergava la delusione perché non comprendevo come mai non riuscissero a capire che qualcosa stava inesorabilmente cambiando, che dentro di me serpeggiava la paura, e non ne parlavo con loro per non angustiarli. Ogni volta che portavo il dialogo sulla malattia cambiavano discorso e parlavano d’altro, non mi davano proprio la possibilità di esprimere i miei dubbi, le angosce segrete. Questo, psicologicamente, è stato un periodo molto duro perché dentro aumentava l’intolleranza a tutto, ero insofferente, piangevo da sola, ecc. ecc. Poi ho compreso. Non è stato facile, per nessuno di noi. Abbiamo dovuto inventarci un nuovo modo di convivere, stravolgere equilibri consolidati dal tempo, ma finalmente avevo capito che, anche se malata, sono ancora donna, moglie, mamma, nonna ecc. ecc. Ho convocato una riunione di famiglia in cui ho comunicato a tutti come mi sentivo e cosa provavo e, per la prima volta in vita mia, ho “DOMANDATO AIUTO”. Mi pareva così difficile, e invece, con umiltà, ho spiegato le mie difficoltà e la loro risposta è stata immediata. Hanno iniziato anche loro a confidare la paura che avevano di perdermi, non mi lasciavano parlare pensando che fosse meglio distrarmi senza sospettare che invece interpretavo come indifferenza il loro modo di agire. Anche loro hanno iniziato a “prendersi cura” di me, con amore, hanno imparato a prendersi cura della casa, a cucinare, a lavare e stirare. Ora abbiamo una “assistente personale” che si “prende cura” di me e della casa quando loro fuori.
Ecco, questa è la differenza tra “cura” e “prendersi cura”.
Anche la cura più efficace ha bisogno di Amore. Tutti noi abbiamo bisogno di amare ed essere amati. Ogni nostro atto deve diventare un atto d’Amore, anche il più semplice od umile.
L’unica cosa che sono, per ora, in grado di fare, è lavorare al p.c. e dedico questo tempo a parlare di patologie per far conoscere alla gente malattie che nemmeno sospettano che possano esistere. Quando si conosce, cessa la paura, si com-prende, cioè si prende in sè, si com-prende anche la sofferenza in cui versano queste persone e le loro famiglie, si com-prendono i diritti, le richieste ed anche la rabbia che a volte assale quando le Istituzioni preposte ignorato i diritti essenziali all’assistenza, all’indipendenza, all’aiuto, al sostegno, alla ricerca.
Il malato deve essere curato ed anche preso in cura, sia dal medico che dalla famiglia. La differenza vera è quel “prendersi cura”, prendersi cura di un amico, di un animale, di un famigliare, di uno sconosciuto, anche se ha la pelle di colore diverso dalla tua. La differenza vera è che nel “prendersi cura” ci mettiamo Amore, perché l’Amore è ciò che ci fa vivere, l’Amore per ogni creatura, perché ogni creatura è una creatura di Dio.

 http://www.lavocedelmarinaio.com/2010/03/la-differenza-tra-%E2%80%9Ccurare%E2%80%9D-e-%E2%80%9Cprendersi-cura%E2%80%9D-del-malato/

Mercificazione dell'uomo?

In time presenta un mondo dove l'evoluzione è ingiusta e la sopravvivenza è denaro e riservata ai più ricchi. Una delle scene più significative è stata quella in cui il protagonista Will Salas gioca una mano di poker con il signor Weis, proprio in questa parte ho notato la forza e il coraggio che contraddistingue il protagonista nel mettere a gioco tutto il suo tempo che in questo mondo è denaro. A mio avviso penso che la superiorità non venga fuori dal possesso di tempo ma soprattutto nel coraggio di manipolarlo,saperlo gestire e rischiare per guadagnarne altro,inoltre penso che Weis non avrebbe mai messo in gioco tutto il suo tempo a causa della sua avidità e  soprattutto perché non sa cosa significhi avere pochi giorni o secondi ed essere sempre in pericolo di vita. La personalità di Will Salas colpisce perché non si rassegna al suo stile di vita affannoso ma lotta contro questa diseguaglianza sociale manifestando la sua rivendicazione nei confronti dei più ricchi. Guardando il film mi chiedo se il ruolo dell'uomo in questo caso assuma il valore di merce...

sabato 19 maggio 2012

Parla con lei FILM

Guardando il film Parla con lei sono rimasta colpita dalla tenerezza di Benigno nei confronti di Alicia e con quanta cura questo giovane infermiere si è occupato di lei. Senza dubbio egli ne era esperto perchè nella sua vita non aveva fatto altro che prendersi cura di sua mamma per parecchi anni e poi di questa ballerina della quale si innamorò. Ci sono diverse scene nel film sulle quali ne vale la pena soffermarsi a riflettere, una delle quali riguarda il forte amore che prova Benigno per Alicia che lo porta a compiere un'azione illecita, ma allo stesso tempo vantaggiosa e dico vantaggiosa perchè è grazie alla gravidanza e quindi grazie a Benigno che Alicia torna in vita, anche se egli non sarà mai consapevole di questo suo risveglio. Quindi mi chiedo non è del tutto vero che la vita vegetativa non si può chiamare vita?

giovedì 17 maggio 2012

Dignità animale o solo umana?

Ho visto un servizio a Striscia la notizia (che spero si apra nel link sotto riportato) in cui si chiede al dott. Veronesi se sia possibile evitare la sperimentazione su animali. Come appunto affermato nel video è possibile effettuare ricerche scientifiche senza fare ricorso alla vivisezione e mi ha colpito, oltre al dato impressionante di animali su cui si pratica la vivisezione ogni anno (dai 300 ai 400 milioni), l'esigenza di un COMITATO ETICO che si faccia portavoce della DIGNITA' degli ANIMALI.
Il problema è che forse questa dignità non è ancora riconosciuta al pari di quella umana. Aristotele affermava "Le piante sono fatte per gli animali e gli animali per l'uomo, quelli domestici perché ne usi e se ne nutra se non tutti, almeno la maggior parte, perché se ne nutra e se ne serva per gli altri bisogni, ne tragga vesti e altri arnesi. Se dunque la natura niente fa niente né imperfetto né invano, di necessità è per l'uomo che la natura li ha fatti, tutti quanti.". Si nota in questa frase un antropocentrismo per cui la natura sembra essere creata per soddisfare l'uomo. Kant invece non riconosce la piena dignità degli animali ma invita al rispetto di essi per un senso civile proprio dell'uomo: "Per quel che riguarda gli animali, essendo dei semplici mezzi, privi di una coscienza di sé, e l'uomo essendo invece il fine, per cui non si può porre la domanda perché vi sia l'uomo, domanda al contrario lecita nei riguardi degli animali, non vi sono verso di essi dei doveri diretti, ma solo doveri che sono doveri indiretti verso l'umanità".
A dare piena dignità agli animali è Jeremy Bentham che afferma: "Verrà il giorno in cui il resto degli esseri animali potrà acquisire quei diritti che non gli sono mai stati negati se non dalla mano della tirannia. I francesi hanno già scoperto che il colore nero della pelle non è un motivo per cui un essere umano debba essere abbandonato senza riparazione ai capricci di un torturatore. Si potrà un giorno giungere a riconoscere che il numero delle gambe, la villosità della pelle, o la terminazione dell'osso sacro sono motivi egualmente insufficienti per abbandonare un essere sensibile allo stesso fato. Che altro dovrebbe tracciare la linea invalicabile? La facoltà di ragionare o forse quella del linguaggio? Ma un cavallo o un cane adulti sono senza paragoni animali più razionali, e più comunicativi di un bambino di un giorno, o di una settimana, o perfino di un mese. Ma anche ammesso che fosse altrimenti, che importerebbe? Il problema non è: "Possono ragionare?", né: "Possono parlare?" ma: "Possono soffrire?".

LINK: http://tv.befan.it/striscia-la-notizia-puntata-di-lunedi-07-maggio-2012/

società indesiderabile dove la guerra è pace e la libertà è schiavitù


Leggendo il libro di Huxley mi sono soffermata su figure femminili. Le loro personalità iniziano ad emergere alla fine del secondo capitolo. Fanny e Lenina a mio avviso sono patrimonio del sistema ideato da Huxley ,due donne ''beta'' addette all'imbottigliamento e alla manipolazione degli embrioni,prive di ogni sfera sentimentale,fabbricate senza amore,in modo meccanico,educate a pensare che la maternità sia un crimine...<Lo spettacolo di due giovani madri che allattavano i loro bambini la fece arrossire e la costrinse a voltar via la faccia. Non aveva mai visto in vita sua una cosa tanto indecente>...Attraverso questa citazione presa dal libro potremmo pensare che nel nuovo mondo la gestazione sia vista come una malattia e che gli spermatozoi e gli ovuli sembrano essere trattati come dei nemici da demolire. Più volte nel testo si menziona l'importanza del soma,di fatti in caso di malumore ecco le dosi di soma pronte a mettere da parte ogni tipo di problema. Si deve  essere felici per forza,ben inseriti nel ruolo sociale e predisposti all'obbedienza. Inoltre ogni volta che si desidera qualcosa lo si deve ottenere subito...quindi non è previsto un distacco tra la sfera del desiderio e quella della realizzazione...Mi verrebbe spontaneo chiedere che piacere sia se un qualcosa la si conquista immediatamente? Penso che Huxley abbia descritto una società che si presenta come il contrario di ciò che l'uomo si aspetterebbe pensando ad una civiltà ideale,ha messo in luce le conseguenze assurde a cui si giunge quando si vuole cercare un mondo pianificato e uniforme ideato da qualcuno che vuole sfogare la propria fama di potere riplasmando l'umanità,abolendo ogni forma di malattia di affanno e tutto ciò che può creare sgomento e tristezza nell'amino umano evitando di far sorgere ogni tipo di pensiero negativo. Quest ultimo concetto potrebbe sembrare un'utopia perfetta pronta a proteggere l'uomo da ogni tipo di male e portata a condurre egli verso la sola via del piacere. Tuttavia guardando più da vicino e soffermandoci soprattutto sul contesto storico in cui Huxley ha scritto il libro possiamo dire che ogni tipo di positività legata all'esistenza della sfera umana è ottenuta a caro prezzo attraverso la mercificazione umana e una volontà superiore che dirige il tutto e priva di ogni senso di libertà. Cosa rimane all'uomo se non quello di decidere con libero arbitrio?  
Noi non siamo stati creati per essere delle macchine.